Anita Giovannini

SVEGLIA- Inizio (RE-inizio)

… sono SVEGLIA!

Di nuovo, finalmente …o forse dovrei dire: “Era ora!”.

Ma non era poi così scontato. Non bisogna dare tutto per scontato. Non voglio dare tutto troppo per scontato. Non voglio sminuire il mio operato. Perché di operato si tratta, a tutti gli effetti. Ho operato un cambiamento epocale: ho preso in mano il bisturi, ho respirato e ho lasciato che la mano praticasse un taglio preciso, all’altezza dello stomaco. Sono un Cancro, tutto ciò che non digerisco lo somatizzo proprio lì, alla bocca dello stomaco. Bocca. Stomaco. Ogni parola ha un senso… la mia bocca dello stomaco è un po’ come la bocca della verità. Se qualcuno a me sgradito prova a infilarci la mano, se la ritrova morsa. Ho imparato a mordere… Forse proprio a mordere ancora no… Ma ci sto lavorando e se mi dai un pugnetto nello stomaco o mi pesti un piedino (che poi tanto piedino non è) meglio che poi giri alla larga. Sono SVEGLIA. Ri-SVEGLIA. Forse per la prima volta in vita mia DAVVERO SVEGLIA.

Mi chiamo Anita. In arte Anita, A’ Nneda, A’ Nneda Moon, A’ Nneda Shit, Anita LaPesantona… e chissà quante altre simpatiche personcine (a cui non ho ancora dato voce) faranno capolino prima o poi. Ho 35 anni ma sono tornata a 22. La gente invecchia. Io sono nata vecchia e morirò giovane. Morirò giovane e contorsionista. Forse proprio contorsionista no, ma elastica si.

Per tutta la vita mi sono sentita “stretta”.

Indossavo una taglia in meno. Per sentirmi accettata. Meno diversa. Più simile.

Stretta ma non magra. Non mi sono mai sentita magra. Mi sentivo “stretta” e basta. Mi arrabattavo per chiudere dei jeans troppo stretti. Per indossare maglie troppo smilze. Per calzare scarpe anguste. Mi affannavo a fare scelte troppo strette. Per  un disperato bisogno di amore. Per l’incapacità di accettare di non sentirmi accettata. Mi ostinavo a fare scelte troppo strette. O a non scegliere affatto. (In effetti non avevo scelta. Dovevo stare. Restare. Non c’era un cazzo da fare).

Ora posso dirlo: forse proprio quello “stare mio malgrado” è stato il mio personale trampolino.

Ora quei vestiti troppo stretti li tengo nell’armadio; ogni tanto vado a riguardarli, senza provare alcuna nostalgia per quel senso di claustrofobia provato nell’indossarli. Solo un gran senso di sollievo. Solo tanta euforia. E poca (zero) nostalgia.

La mia terapia?

Il viaggio e la follia.

Il viaggio. Dentro me stessa; fuori, nel mondo.

La follia: essere me stessa.

 

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