Poesie

La scrittura accompagna la mia vita. Da quando ho imparato non ho mai smesso. E’ come una sigaretta che ti fumi ogni tanto: puoi catturarne il piacere senza sentirtene schiavo. Non sono continua. Piuttosto discontinua direi. Sono una scrittrice “occasionale”. “Ispirazionale”. Con carta e penna ho rapporti rapidi e fulminei (di quelli che non si scordano mai, proprio perché rari). Ma quando la penna chiama, io rispondo con grande piacere e lascio che il fiume di emozioni che ho dentro si trasformi in parole scritte.

E così, dopo anni, ho ripreso in mano cose scritte in passato. Le ho rilette, rivivendo emozioni e situazioni vissute allora. Ma col senno di poi… Con quel giusto distacco in grado di donarti un pò di sana lucidità! E ho deciso che è giunto il momento di condividere pezzi di vita passata piuttosto turbolenti, colmi di  sofferenza e inquietudine. La sofferenza e l’inquietudine sono parte di me e credo che non mi abbandoneranno mai. In quanto alla vita turbolenta… potrei vantarmi che ancora oggi, a (quasi) 35 anni, conduco una vita da piccola “rock star”… Ma mentirei, signori! La verità è che oggi sono una donna di (quasi!) 35 anni che sta imparando ad accettare il suo tormento, la sua inquietudine, il suo passato. Per andare avanti. Per  guardare avanti. Per “vivere avanti”. A forza di girarmi indietro mi era venuta la cervicale… ho dovuto correre ai ripari, cercare rimedi,  farmi aiutare. Ma ho dovuto farmi venire la cervicale, è stato necessario: non potevo andare avanti senza prima guardarmi indietro! E’ stato doloroso, faticoso, devastante a tratti. Ma su una cosa non ho mai avuto dubbi: era la strada giusta, l’unica possibilità di salvezza, la mia via d’uscita. Guardare in faccia il dolore, sputarlo fuori insieme alla rabbia, senza vergognarmene. E poi star lì ad osservarli. Che malloppo, ragazzi. Un’enorme quantità di dolore e di rabbia, uniti a odio. Odio. Odio puro. Dolore, rabbia, odio: ci raccontano che sono brutti sentimenti, ci fanno sentire in colpa se li proviamo, ci etichettano come “cattivi”. Ma è proprio la consapevolezza a renderci più buoni. La consapevolezza di ciò che proviamo. Siamo esseri umani, imperfetti, difettosi, pieni di infinite sensazioni che non hanno confine. L’unica strada per essere davvero buoni è l’onestà. L’onestà di guardarsi dentro e imparare ad accettare anche quello che ci farebbe più comodo non vedere. Perchè c’è, è lì. Dentro ognuno di noi. Essere “esseri umani” è complicato, faticoso:  la vita è un casino. Un bel casino, sia chiaro. Ma comunque un casino. L’unico modo per districarsi in questo bel casino è trovare il coraggio di guardarsi dentro. E accettarsi. Accettare che non siamo perfetti. Accettare che non siamo o solo buoni o solo cattivi. Siamo solo “esseri umani”. Con il nostro bel carico di emozioni contrastanti.

Io mi sento molto fortunata: ho potenti valvole di sfogo. Il teatro, la scrittura e il circo sono potentissime valvole di sfogo. La scrittura, appunto. Mi ha aiutato e mi aiuta a decifrarmi. Come un geroglifico. E così leggere dopo anni cose che appartengono al passato fa davvero uno strano effetto. Mi chiedo: “Ma quella ero io?”. La risposta credo di averla. Ma non so se è giusta. Del resto non credo esistano risposte giuste. Solo domande intelligenti.

“Poesie sbarbesche”: sono poesie scritte tra i 19 e i 20 anni, quando ero una “sbarba” al primo anno di università. In preda ad un attacco di adolescenza fulminante. Non credo di aver ancora pienamente superato questa fase della vita (e non sono neanche così certa di volerlo fare). Cerco di custodirne il buono. In quanto al peggio (brufoli, sbalzi di peso improvvisi, acconciature a dir poco discutibili, tentativi maldestri di farsi notare dal ragazzo figo ecc…..) lo ricordo con simpatia e un pò di affetto (ma senza un briciolo di nostalgia, sia chiaro). Sono poesie scritte di getto, spesso di notte, di ritorno dalle scorribande nei vari locali e da cappuccini post-disco. Ringrazio infinitamente mia madre per la pazienza che ha avuto in quel periodo e per avermelo fatto vivere così, come volevo io, proprio in quel modo lì. Intensamente. Credo che ci dovessi proprio passare, che se non lo avessi fatto allora prima o poi avrei dovuto farlo. E allora… meglio essere una 20enne scalmanata piuttosto che una 35enne alla disperata ricerca del tempo perduto! Grazie mamma, anche se non me lo hai mai detto so che ti ho fatto passare tante notti in bianco in preda alla preoccupazione. Grazie per avermi permesso di fare ciò che sentivo. Queste poesie sono uno dei frutti di quel periodo strampalato. Non posso che dedicarle a te, mamma. Ovunque tu sia!

“29 poesie”: sono 29 brevi poesie, scritte a 29 anni, letteralmente “vomitate” in uno dei tanti pomeriggi di disperazione di quel periodo. Parlano di tutto il dolore che ho provato nel vedere soffrire le due persone che mi hanno cresciuto: mia madre e mia zia Anita. Parlano di tutte le camere di ospedale che ho dovuto frequentare, dei letti pieni di sofferenza che ho dovuto vedere, di tutto l’insopportabile Bianco che mi ha circondato e che è stato, ahimè, per lungo tempo quasi una seconda casa. Una seconda casa di cui mi porto dentro l’odore nauseabondo, la sofferenza ad ogni angolo, l’umanità di certe persone e la disumanità di altre. Ma soprattutto l’inenarrabile dolore di vedere soffrire le persone che più ho amato. E il senso di infinita solitudine di quei giorni. Non posso che dedicarle a  voi due, mamma Riccardina e zia Anita! Ovunque voi siate!

“Diario di bordo”: è un diario di bordo vero e proprio. Quando l’ho scritto ero in mare aperto, in preda alla tempesta, in una barchetta minuscola, da sola. Ero nel mare della disperazione. La vita mi ha mostrato quanto può essere stronza quando vuole. Ma io ho vinto. Sono stata più forte. Sono sopravvissuta! Dunque lo dedico a me stessa! Promettendomi, ogni qual volta dovessi sentirmi smarrita o incapace o in preda alla corrente, di ricordarmi che sono sopravvissuta a questo possibile, probabile, quasi inevitabile naufragio.

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