Recensioni

Speciale RFF 2014:  In punta di piedi sul filo dell ironia  tra vita e scena.

Ispirato a Il signor Pirandello è desiderato al telefono prima piéce teatrale di Antonio Tabucchi (1988) Anita Giovannini ne mette in scena una rivisitazione personale dove i temi dello scrittore pisano, scomparso nel 2012, sono declinati con una riflessione divertita e divertente sul ruolo dell’agire teatrale, su quelle figure dell’attrice e dell’attore portate in scena da Giovannini assieme a Federico Bettini.

E’ lui che interpreta Fernando Pessoa, che, nel testo di Tabucchi, si presneta dicendo sono Pessoa o così mi hanno detto di essere (…) oppure se più vi piace, sono Pessoa che finge di essere un attore che stasera interpreta Fernando Pessoa.

Il tema del doppio, sdoppiato sul palco da attore e attrice che si spartiscono il testo originale, è declinato senza lesinare temi (la perdita del proprio io) e patemi (l’agone interpretativo tra colleghi), timori (il narcisismo folle e psicotico) e luoghi comuni (il sentire di pancia di chi recita, la respirazione e annessi esercizi) compilando un regesto intelligente e colto sull’interpretare qualcun altro, e altra, da sé, portato in scena con un amore sincero e sentito, irriverente quanto basta per non prendersi troppo sul serio eppure fare sul serio.

Giovannini e Bettini, bravissima e bravissimo, sono una coppia affiatata sulla scena e anche nei video proiettati (in uno dei quale interpretano un ironico ménage della coppia amicale, di amanti e di scena) incarnando un amore universale declinato secondo gli orientamenti sessuali: l’amore che, nel Pessoa di Tabucchi, prende le forme di una ragazza, prende qui quelle, altrettanto pudiche e tenere, di un ragazzo (e Giovannini commenta sardonica e io che ti credevo etero, che guardi non ci sarebbe niente di male sai?) mentre video di celebrità varie della musica (da Freddy Mercury alla divina Callas) compongono una partitura musicale mai banale anzi divertitamente colta, come quando Anita eFernando contrappongono Lou Reed a Girolamo (Frescobaldi).

In punta di piedi sul filo dell’ironia si presenta  anche come racconto elegiaco sulla solitudine umana e, nella fattispecie, sulla solitudine di quella razza particolare che sono gli attori e le attrici, condannati e condannate a sentire di più una solitudine esistenziale che ci riguarda tutti e tutte, uomini e donne.

Uno spettacolo con qualche lungaggine e almeno tre finali, che risentono probabilmente del lavoro di riduzione dell’originale, troppo lungo per i tempi del Fringe, e che ha nel regstro interpretativo, tra lo svagato e il malinconico, il punto di forza e, al contempo, di debolezza.

Manca infatti all’esecuzione, almeno in alcuni momenti, come nell’incipit che vede entrambi opporre una danza poco convinta alla performance videocanora di Mercury, l’energia necessaria e l’incisività d’esecuzione del caso; ci chiediamo se sia una voluta scelta registica (di Giovannini) o sia il risultato di una settimana estenuante,  a causa delle condizioni meteorologiche che hanno fatto saltare una replica (rendendo ancora più precario un lavoro che ha nell’instabilità la propria ragione d’essere), fiaccando spirito e determinazione.

Lo scriviamo con tutto il rispetto, e l’affetto, per uno spettacolo che non si dimentica e che, proprio per questo, si vorrebbeperfetto.
Il pubblico, che Giovannini coinvolge nello spettacolo, a differenza di Tabucchi che ne mette in scena uno finto, sa essere bastardo ed esigente, i “critici” pure.

E anche questo fa parte del teatro.

 

 

Roma Fringe Festival 2014 – In punta di piedi sul filo dell’ironia

Inserita il 21 – 06 – 14
Alessandro Paesano

Daily Fringe #oltreilteatro – V puntata

Il Roma Fringe Festival seguito dagli inviati di Ghigliottina.it, media partner della manifestazione romana

In punta di piedi sul filo dell’ironia – Secondo passo: Antonio Tabucchi (di Ludovica Angelini)

inpuntadipiedi2Perché il teatro per me è un potentissimo mezzo di scambio di energia, di idee, di emozioni. Il teatro abbatte le barriere. È Rivoluzionario”. Così Anita Giovannini (autrice, regista e interprete dello spettacolo) intende il teatro, ma anche lo spettacolo stesso, perché quello che viene messo in scena è un testo meta teatrale che vuole sviscerare la bellezza e i lati oscuri e tragici dell’anima dell’attore.

Il testo è un dialogo serrato tra il poeta portoghese Fernando Pessoa alterego di Federico Bettini, e Anita. Il primo fissato con testi e autori classici, la seconda preferisce i Queen o canticchiare “Walk on the wild side” di Lou Reed ad una toccata di organo alla Girolamo Frescobaldi. Il dialogo è come una tempesta, prima è rapido fino ad arrivare ad una lotta tra i due, per poi rasserenarsi e diventare più intimo sotto le note di una fantastica Maria Callas.

I due si chiedono “Ma quanto bisogna essere masochisti per fare gli attori?”. Ammettono che gli attori sono persone, normali come tutti gli altri, né più narcisi né più poeti. Semplicemente, salgono sul palco e esaltano tutte le emozioni umane, penetrando in lati nascosti del loro essere.

Anita sfoggia la sua bravura, da una grande mimica facciale da maschera di commedia dell’arte passa ad una grande interpretazione commovente sul finale, il filo dell’ironia si spezza, si spezza anche la voce per descrivere che la vita è fatta di passaggi e di incontri e le persone che se ne vanno lasciano tanti vuoti, ma anche tanti pieni.

In punta di piedi sul filo dell’ironia – Secondo passo: Antonio Tabucchi  prossimo spettacolo 20 giugno, ore 22.00 | Palco C
Spettacolo di Anita Giovannini
Con Federico BettiniAnita Giovannini e Gianluca Bonora

 

IN PUNTA DI PIEDI SUL FILO DELL’IRONIA@Fringe Festival: riflessioni sull’Attore

Nonostante le minacce di un ennesimo temporale, è andato in scena nell’ambito del Roma Fringe Festival  2014 a Villa Mercede “In punta di piedi sul filo dell’ironia“, di Anita Giovannini, secondo atto di un trilogia, ispirato al dialogo mancato di Tabucchi “Il signor Pirandello è desiderato al telefono” in replica il 20 giugno 2014

Sul palco la stessa autrice, Anita Giovannini, a dialogare animatamente con Federico Bettini sulla figura dell’attore, non tanto sul suo ruolo all’interno della società, quanto piuttosto su quello che dell’attore è il personale sentire, su quanto lo accomuna a chi attore non è, sulla fatica e le difficoltà che a volte non possono non condurre al “chi me lo ha fatto fare”, o piuttosto nel caso dei due al “chi te l’ha fatto fare”.

Mentre sullo sfondo vengono proiettate immagini e filmati di artisti che sono stati d’ispirazione, i due protagonisti si dividono il palco, rappresentando e volutamente esasperando due modalità opposte del fare teatro: intimista e di estrema riverenza ai classici e al passato quella di lui, innovativa e tutta volta a far emergere un corto circuito emozionale quella di lei. Si va allora da Frescobaldi a Lou Reed ognuno seguendo le proprie corde alla ricerca della “presenza di un’assenza”.
La dimensione meta-teatrale consente di mettere in scena una disanima degli stereotipi attribuiti alla persona dell’attore, che poi non sono altro che le caratteristiche umane universali: la vanità, l’instabilità, l’essere abitati da “una moltitudine di gente”. I riferimenti letterari e musicali sono dei più vari, dall’ovvio Pessoa al Piero Ciampi con la sua carrellata di “tutte le carte in regola” per essere un artista.
Mentre durante la rappresentazione il maggiordomo Jean Jacques entra a celebrare una sorta di rito eucaristico che coinvolge attori e pubblico, l’ironia etichetta per voce di Anita e Federico le manie tipiche del teatro. Il respiro, ad esempio, con una divertentissima dimostrazione pratica della quale gli spettatori sono parte. O ancora la ricerca di una originalità estrema della rappresentazione, che induce talvolta ad etichettarla nei modi più impensati. “Come lo vuoi?” “Estroflesso”.

Seppur su tacchi altissimi e pesanti, Anita Giovannini riesce a camminare sul filo dell’ironia leggera, creando uno spettacolo canzonatorio, ma penetrante, commovente a tratti, ma sempre molto divertente, perché, dichiara infine, il segreto è nel non temere la banalità dell’esser felici.

 

 

PUNTO E LINEA MAGAZINE

Tristana Chinni

La splendida cornice del cinquecentesco teatro San Salvatore di Bologna, piccolo gioiello del centro storico, dal soffitto a cassettoni dagli intagli rossi e blu, affreschi del Bagnacavallo alle pareti e  palcoscenico incorniciato da decori colorati ha ospitato in questi mesi la trilogia “In punta di piedi sul filo dell’ironia”della poliedrica regista autrice ed attrice bolognese Anita Giovannini. Denominatore comune in tutti i lavori la messa in scena di stralci di vita personale dell’autrice, mescolata a riflessioni, citazioni, video, incursioni serie e divertenti, musica, acrobazie fisiche (l’attrice si è diplomata alla scuola del Nouveau Cirque Galante Garrone) ma soprattutto emotive. In  questi spettacoli Anita inserisce pezzetti del suo mondo da quello che le è caro a quello che l’indigna; Anita fa il clown, fa cabaret, idea video ad hoc, si traveste in modo fantasioso, fa la diva, poi si imbruttisce senza avere paura, maneggia oggetti di scena improbabili presi nel corso dei suoi viaggi e li destina ad un uso diverso da quello a loro consueto, canta, fa ridere e all’improvviso cambia registro, ed allora i toni si fanno seri e commossi. Ad aprire la trilogia, “Primo passo: Tonino Guerra”, uno spettacolo dal sapore felliniano dedicato al poeta romagnolo che ha come fil rouge continue incursioni nel suo universo poetico, acuto e a volte sofferto (molto commoventi gli estratti riguardanti la sua prigionia nei campi di sterminio). Qui Anita alias Clementina è la capocomica del Circo degli emotivi acrobati  e si esibisce con i suoi componenti stravaganti: il clown Ugo, il genio di  illuminotecnica Amedeus e il Maestro Ludwig Puzzicchio suonatore di ogni più improbabile cosa. Nel “Secondo passo: Antonio Tabucchi”, l’autrice (affiancata da Federico Bettini ed il suo doppio Fernando Pessoa),rende omaggio al grande scrittore scomparso di recente. Un lavoro liberamente ispirato a “Il Signor Pirandello è desiderato al telefono”, testo contenuto ne “I dialoghi mancati”, dove vengono trattati temi cari a Tabucchi quali il tema del doppio, il gioco del rovescio, la finzione come modalità di rappresentazione, la pazzia, la frammentarietà dei punti di vista. A chiudere il progetto,“Salto nel vuoto”: l’attrice partendo dal momento che anticipa la nascita, ancora attaccata al cordone ombelicale  dentro al liquido amniotico riflette ad alta voce. Non ne vuole proprio sapere di venire fuori! Eppure, come tutti gli esseri arriva il suo momento…e così neo-nata, nuova nata inizia il suo raccontarsi, il suo mettersi a nudo, (quasi in una sorta di grande seduta di psicoterapia collettiva in cui è fondamentale condividere) e scopre che la vita è proprio bella e vale la pena d’essere vissuta come il teatro dove lei si sente completamente a suo agio, indissolubilmente legata e riconoscente tanto che alla fine dello spettacolo mentre intona ”What the world needs now”,coinvolgendo nella performance  gli spettatori, le scappa un “io qua sto tanto bene e non voglio andarmene” e qualcuno dall’altra parte le risponde”e allora rimani con noi”. A questo punto parte un lungo applauso,  a conferma che quanto sostiene l’attrice-autrice è proprio vero” il teatro è un potentissimo mezzo di scambio di energia, di idee, di emozioni. Il teatro abbatte le barriere. E’ Rivoluzionario.”

 

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